Storia dell’architettura - I

PARAGRAFI

1. Sistemi costruttivi

2. Sistema triangolare

3. Sistema trilitico

4. Sistema ad arco

5. Le coperture triangolari

6. Morfologie architettoniche

7. L'architettura preistorica

8. L'architettura egizia

9. L'architettura cretese e micenea

10. L'architettura greca

11. Metodi costruttivi romani

12. Le tipologie dell'architettura romana

13. Le murature romane

La conoscenza della storia dell’architettura è bagaglio culturale indispensabile per qualsiasi persona. L’uomo da sempre ha modificato l’ambiente in cui vive, ha costruito edifici e case, città e villaggi, che dovevano fornirgli ricovero e luogo di vita. E lo ha fatto con le conoscenze tecniche e la cultura che possedeva. Oggi, l’ambiente in cui noi viviamo è in gran parte il frutto di questa stratificazione plurisecolare. Stratificazione che è rintracciabile in tanti e minuti segni di epoche diverse, ma che convivono in un unico insieme. Insieme, che è la testimonianza viva e attuale della storia del nostro territorio.

Conoscere la storia dell’architettura significa essere sensibili al proprio ambiente di vita, conoscerne i segni e collocarli nella loro dimensione temporale; significa capire l’enorme valore di testimonianza storica del nostro habitat, luogo carico di significati e memorie, e non uno spazio anonimo e banale.

Gli appunti che seguono sono una sintesi del percorso storico dell’attività costruttiva dell’uomo: essi hanno la funzione di fornire un approccio semplice ed immediato, agli studenti liceali, del quadro storico-evolutivo dell’architettura.

 

1 - Sistemi costruttivi

I primi luoghi di ricovero dell’uomo preistorico furono le caverne, spazi formati dalla natura, che l’uomo utilizzava per le proprie esigenze di vita. È probabile che i primi esempi di architettura, e con ciò indichiamo solo i manufatti costruiti dall’uomo, siano state capanne costruite con effimeri e poco durevoli intrecci di arbusti di legno. Costruzioni che, ovviamente, non hanno lasciato, oggi, alcuna testimonianza di sé. Le prime costruzioni, che invece hanno sfidato i secoli e i millenni, sono state le enormi costruzioni in pietra, definite appunto «megalitiche».

Tali costruzioni erano realizzate secondo il sistema detto «trilitico», ossia erano formate da tre enormi pietre, delle quali due erano alzate in verticale, ed una era posta su di esse in orizzontale (tav. 1). Con il sistema trilitico si potevano costruire ambienti chiusi, anche su più piani, e delle dimensioni e forme più diverse. L’unico limite, come vedremo in seguito, era nella resistenza dell’elemento orizzontale.

2 - Sistena triangolare

Altro sistema costruttivo era quello triangolare, ponendo cioè due pietre inclinate a formare un triangolo (tav. 1). Sistema più semplice, ma per certi versi meno adatto a formare ambienti utili a funzioni più complesse. Da ritenere tuttavia che da questo sistema si sia poi sviluppato il sistema «ad arco», che, insieme al sistema trilitico, costituirà la base di tutta la concezione architettonica antica.

Tuttavia il passaggio dal sistema triangolare a quello ad arco passa attraverso le costruzioni a pseudo-arco, ove la trasmissione dei carichi avveniva in maniera analoga a quello del sistema trilitico, pur conformando degli ambienti a copertura curva (tav. 1).

Esaminiamo nel dettaglio i comportamenti statici delle strutture impiegate nei tre sistemi.

3 - Sistema trilitico

Nel sistema trilitico (tav. 2) si ha una trasmissione dei pesi in modo abbastanza semplice: il peso dell’elemento orizzontale si divide in due carichi equivalenti che si scaricano sui due piedritti. I piedritti, per effetto di questi pesi sovrastanti vengono ad essere sollecitati a compressione: ossia, il carico che li sovrasta determina sui piedritti un fenomeno di schiacciamento, fenomeno che viene contrastato dalla capacità di resistenza del materiale che costituisce le strutture. Trattandosi di pietre, come per le costruzioni megalitiche, tale resistenza è pressoché assicurata dalla durezza del materiale.

L’elemento orizzontale, rispetto ai piedritti, viene sollecitato da una diversa sollecitazione, che prende il nome di flessione: ossia, dato che l’elemento è appoggiato solo agli estremi, al centro tende ad inflettersi verso il basso. L’elemento tende a configurarsi come in figura. Per effetto di ciò, all’interno avremo che le fibre superiori tendono a schiacciarsi – sono quindi soggette a compressione – mentre le fibre inferiori tendono a dilatarsi – sono cioè soggette a trazione.

Molti materiali possono agevolmente sopportare la compressione, ma non per la trazione. Per sopportare quest’ultima sollecitazione, i materiali impiegati devono avere una forza di coesione interna notevole. Pertanto, ne consegue che l’elemento più delicato del sistema trilitico è quello orizzontale.

In natura solo due materiali possono prestarsi a ciò, la pietra e il legno. Entrambi però hanno due limiti «tecnologici»: le pietre sono troppo pesanti e difficilmente possono raggiungere luci – distanza tra i due sostegni – di dimensione notevole; il legno è un materiale non sempre resistente, con problemi di durabilità, dovuta a pericoli di deperimento o incendio.

4 - Sistema ad arco

Nel caso del sistema ad arco (tav. 3) la ripartizione dei pesi, ed il loro scarico a terra, avviene in maniera diversa. Gli elementi che costituiscono un arco sono detti «conci». Di questi, quello posto più in alto è detto «concio in chiave». Questo concio, per effetto del suo peso, tende a cadere in verticale. Se ciò non gli è consentito, è per il mutuo contrasto che esiste con i due conci che lo sostengono sui due lati. Pertanto il suo peso si ripartisce su questi due conci con due forze perpendicolari alla superficie di contatto. A loro volta questi due conci trasmetteranno questa forza, più quella dovuta al loro peso, ai conci seguenti.

È facilmente comprensibile come, in questo modo, i conci vengono ad essere soggetti tutti alla medesima sollecitazione: ossia di compressione. Sollecitazione, che, come dicevamo, può facilmente essere assorbita da quasi tutti i materiali da costruzione. Un arco, quindi, può essere costruito con mattoni o con pietre di dimensioni notevolmente più piccole di quelle impiegate nel sistema trilitico. Tuttavia, pur impiegando materiali lapidei di dimensioni ridotte, un arco può coprire luci superiori a quelle che normalmente si riesce a coprire con il sistema trilitico.

Diverso è invece la sollecitazione che un arco trasmette ai suoi sostegni – siano esse pilastri, colonne, muri o altro. Nel caso del sistema trilitico la sollecitazione che l’elemento orizzontale trasmette ai piedritti è perfettamente verticale. Nel caso degli archi tale sollecitazione non è perfettamente verticale, ma è inclinata verso l’esterno dell’arco. Tale sollecitazione, detta di pressoflessione, tende non solo a comprimere la struttura, ma anche a spingerla verso l’esterno. In questo caso, si dice, infatti, che l’arco trasmette ai suoi sostegni non solo una spinta verticale ma anche una spinta orizzontale.

È facilmente comprensibile che, mentre la spinta verticale è contrastata dalla resistenza del materiale, quella orizzontale, per essere contrastata deve trovare una forza uguale e contraria che le si oppone. Questa forza, nella maggior parte dei casi, risulta essere il peso stesso dei piedritti. Ossia la spinta orizzontale dell’arco è equilibrata dal peso dei sostegni verticali. Per questa ragione, gli archi necessitano di sostegni verticali di notevoli dimensioni e spessore.

5 - Le coperture triangolari

Il terzo sistema costruttivo, quello triangolare, ha avuto minor impieghi, tranne che nelle coperture, risultando il sistema più funzionale alla costruzione dei tetti (tav. 4). Un tetto si costruisce con due travi inclinate: queste, analogamente a quanto avviene negli archi, trasmettono alle murature sottostanti una spinta inclinata. Tale spinta ha un effetto destabilizzante sulle murature, ma nel caso i tetti sono costruiti in legno (la maggioranza dei casi prima dell’impiego in edilizia del ferro e del cemento armato), tale spinta può essere facilmente eliminata se le due travi sono unite alla base da un’altra trave orizzontale, che prende il nome di «catena». La struttura che così si ottiene, dalla forma triangolare, ha il nome di «capriata». Essa si compone in genere di altri elementi, sempre in legno che prendono il nome di «monaco», ed «arcarecci», mentre le travi inclinate hanno il nome di «puntoni».

6 - Morfologie architettoniche

I sistemi costruttivi fin qui descritti, sono stati impiegati in periodi storici diversi e da culture diverse, in base alle conoscenze tecniche possedute, ed, ovviamente, secondo le preferenze estetiche (tav. 5).

Il sistema triangolare è sicuramente quello delle prime costruzioni umane: le capanne di legno, ma è anche il sistema adottato dagli antichi egiziani per la costruire le piramidi.

Il sistema trilitico è invece quello delle costruzioni megalitiche della preistoria – Stonehage –, ma è anche il sistema preferito dai greci per la costruzione dei loro templi.

Il sistema a pseudo-arco trovò invece vasto impiego in alcune culture paleostoriche, quali quella micenea.

Infine il sistema ad arco sarà il principio costruttivo principale adottato dagli antichi romani, ma sarà impiegato anche nei periodi storici successivi, dal medioevo all’età barocca.

Esso troverà applicazioni sempre diverse, scomparendo solo con la rivoluzione industriale e la scoperta di nuovi materiali: il ferro e il cemento armato. Con questi nuovi materiali si tornerà, infatti, al sistema trilitico.

Le moderne strutture, realizzate con l’acciaio o il cemento armato, sono composte di elementi rettilinei, verticali ed orizzontali, e non più curvi. La grande resistenza di questi nuovi materiali permette alle strutture inflesse – le travi orizzontali – di sopportare agevolmente le tensioni di trazione che si originano in esse. E con ciò l’architettura ha trovato il modo di allargarsi su orizzonti applicativi prima sconosciuti.

7 - L’architettura preistorica

Ma torniamo alla preistoria. Le più antiche costruzioni a noi giunte sono i «menhir» e i «dolmen». Con questi nomi si indicano gli elementi in pietra che venivano impiegati nelle costruzioni trilitiche. Ritrovati in varie parti dell’Europa, sono più frequenti nella zona della Bretagna, in Francia, e dell’Inghilterra. In suolo inglese, abbiamo, infatti, il monumento più famoso: le costruzioni megalitiche di Stonehage. Disposte in cerchi concentrici, tali strutture hanno sempre incuriosito per la loro incerta funzione. La loro disposizione secondo precisi riferimenti astronomici – orientate secondo assi coincidenti con il sorgere o il tramontare del sole ai solstizi e agli equinozi – fa propendere per una funzione sacra e rituale, legata a culti panteistici.

Stonehage (tav. 6) risale a quattromila anni fa. Tuttavia monumenti similari sono ipotizzabili anche in periodi più remoti, pur se di essi non rimangono oggi tracce. Le conoscenze archeologiche fin qui possedute, fanno ritenere che la civiltà urbana sia iniziata ben 10.000 anni fa, nell’area palestinese e siriana. Oltre alla mitica Gerico, la città più antica finora conosciuta, altri centri dovevano attestare quella che è definita la rivoluzione del paleolitico: il passaggio dall’economia di caccia all’agricoltura.

In tale passaggio, non fu solo il sistema di approvvigionamento del cibo a cambiare: con l’agricoltura iniziò il lavoro dell’uomo teso a modificare l’ambiente in cui vive. Non fu più la natura, da sola, a conformare gli spazi terrestri, ma fu anche l’uomo: suddivise i campi, impiantò colture ed arbusti, incanalò le acque, disboscò le foreste, fino a costruire città e strade.

Nacque l’istituto della proprietà terriera, e nacque il concetto di territorio: la geografia si compose di popoli che vivevano su territori separati, e che nel proprio spazio geografico riconoscevano ed individuavano un unico soggetto politico ed amministrativo.

Tutto ciò avvenne in un periodo abbastanza oscuro della storia umana, compreso tra l’8000 e il 4000 a.C., di cui poche sono le testimonianze archeologiche a noi note, ma che certo fu proficuo di processi evolutivi e di sviluppi, se improvvisamente apparvero le due grandi civiltà egiziana e sumera, che certo non sorsero dal nulla, ma furono il frutto di questa lenta e costante evoluzione dell’uomo neolitico nel trasformare il territorio da egli abitato.

8 - L’architettura egizia

La civiltà egiziana, sorta lungo le rive del fiume Nilo 4000 anni prima di Cristo, ci ha lasciato alcuni dei monumenti più grandiosi dell’antichità: le piramidi (tav. 7). Queste gigantesche costruzioni furono l’evoluzione dei primi recinti sepolcrali utilizzati dai faraoni: essi erano delle piattaforme quadrangolari e prendevano il nome di «mastaba». Più mastaba sovrapposte, crearono la prima piramide a gradoni, quella di Saqqara. Successivamente la piramide prese la sua forma canonica, di perfetto prisma a quattro facce triangolari.

Una piramide è tuttavia un edificio di natura particolare. Destinato a sepoltura, esso si componeva di ambienti interni, quasi scavati come cunicoli in una montagna, di impenetrabile accesso. Le piramidi, pertanto, si presentavano come degli oggetti giganteschi, più che non architetture vere e proprie. Ma il loro innalzarsi, maestose e grandiose, in un paesaggio uniformemente piatto, segnava il territorio della civiltà egizia con dei segni imponenti e altamente simbolici.

Le piramidi furono edificate in un periodo compreso tra il 3000 e il 2000 a.C., successivamente caddero in disuso, ed i faraoni, per le loro sepolture edificarono templi con colonne papiroformi (cosiddette perché le colonne avevano forma di papiri stilizzati). Adottarono, quindi, il sistema trilitico, ma secondo la loro visione, con proporzioni e misure gigantesche. Sale immense, erano piene di colonne altissime a distanze così ravvicinate da creare spazi singolarmente misteriosi. Ricordiamo che nel sistema trilitico, gli elementi orizzontali, se sono in pietra, non possono essere di lunghezza eccessiva, altrimenti non potrebbero sopportare neppure il loro peso. Pertanto una copertura orizzontale in pietra può realizzarsi solo con elementi non molto lunghi, e che necessitano pertanto di sostegni ravvicinati tra loro. Da qui, quindi, il vincolo per gli egiziani di infittire di colonne gli ambienti dei loro templi.

9 - L’architettura cretese e micenea

Le costruzioni egizie sono improntate ad un criterio compositivo che avrà alterna fortuna nella storia dell’architettura: la simmetria. Una costruzione simmetrica ha un asse verticale che divide l’edificio in due parti esattamente uguali. Al pari del corpo umano, un edificio simmetrico ha la parte destra uguale a quella sinistra.

Gli edifici egizi si impongono sul paesaggio circostante. Essi sono un segno ben visibile dell’intervento umano, teso a modificare l’aspetto del territorio. A differenza degli edifici egizi le costruzioni cretesi presentano tutt’altra concezione: evitando qualsiasi imposizione di simmetria – che costringerebbe a fare una metà dell’edificio uguale all’altra – i palazzi cretesi si inseriscono nel paesaggio con naturalezza ed organicità. Di dimensioni mai eccessive, ma proporzionate alle funzioni che devono svolgere, questi palazzi hanno una immagine varia e movimentata (tav. 8).

La loro decorazione presenta poi un carattere di assoluta novità: non si affida alla decorazione plastica di sculture a tutto tondo o a basso rilievo inserite in parti dell’edificio, ma al colore delle superfici. Non solo le pareti interne sono decorate con affreschi dai toni vivaci, ma anche le parti esterne dell’edificio, quali le colonne, sono arricchite di colorazioni intense. A differenza dell’architettura egizia, che cerca di impressionare per la maestà e la grandiosità delle proporzioni, l’architettura cretese si presenta con caratteristiche di maggior intimità a dimensione di una serena e quasi gioiosa fruibilità.

Nel mondo egeo un’altra cultura, quella micenea, troverà una diversa via architettonica (tav. 9). Pur non ricorrendo alla grandiosità dell’architettura egizia, le sue costruzioni sono improntate ad un severo senso di robustezza e gravità. Gli edifici, realizzati con conci di pietra a vista di grosse dimensioni, denunciano già nel loro aspetto il carattere di forza e inaccessibilità. Ma la cultura micenea mostra altri caratteri di novità: essa comincia a sperimentare la resistenza delle strutture curve, ma lo fa in modo ancora incerto. Gli archi e le volte di alcuni suoi edifici sono in realtà falsi archi e false volte in quanto, come si diceva in precedenza, gli elementi costruttivi non si sorreggono per mutuo contrasto, ma sono leggermente aggettanti uno rispetto all’altro, e scaricano il peso secondo linee di forze verticali.

10 - L’architettura greca

Il grande progresso della cultura greca nell’ambito del mondo antico si riflesse anche nell’architettura. I greci ebbero un’idea molto particolare dell’estetica architettonica, che applicarono soprattutto all’aspetto plastico degli edifici, rendendoli più simili a delle sculture che non a organismi statici di chiusura di uno spazio.

Il loro genio costruttivo si applicò quasi esclusivamente alla costruzione dei templi. Adottando il sistema costruttivo trilitico – benché conoscessero anche l’arco –, i greci perfezionarono, in maniera progressiva e mirabile, misure, proporzioni e forme delle colonne e della sovrastante trabeazione. Questo insieme di elementi prese il nome di «ordine architettonico» (tav. 10).

Gli ordini architettonici, in ambito greco, si uniformarono a tre grandi stili: il dorico, lo ionico e il corinzio. Questi tre stili hanno diverse zone geografiche e diversi periodi d’origine: il dorico trovò le prime applicazioni nell’area occidentale della Grecia intorno al VIII sec. a.C.; lo ionico sorse nell’area orientale della Grecia e in Asia minore intorno al VI sec. a.C.; il corinzio si sviluppò intorno l’area di Corinto intorno al IV sec. a.C.

Un ordine è sostanzialmente costituito da una colonna con base, da un capitello e dalla trabeazione sovrastante. Nei tre diversi stili varia soprattutto la forma del capitello, che ne permette la immediata riconoscibilità: semplice nell’ordine dorico, con due volute nell’ordine ionico, a canestro con foglie d’acanto nell’ordine corinzio (tav. 11). Ma non è solo il capitello a differenziare i tre ordini. L’ordine, infatti, è un sistema modulare che permette di dimensionare la costruzione di un edificio partendo dal solo diametro della colonna. Stabilito la misura del diametro, l’altezza della colonna era fissata – per convenzioni comunque suscettibili di modifiche – da un numero che ne dava il rapporto con il diametro. E così, altri rapporti numerici, fissavano la dimensione degli altri elementi, dal plinto di base al capitello, dall’altezza della trabeazione alla distanza tra le colonne – detta intercolumnio –, con un insieme di regole che variavano da ordine ad ordine.

Il sistema di regole che fissava questo sistema di modularità, rispondeva a due esigenze principali: quella statica, che permetteva di rispettare i limiti di resistenza delle strutture e dei materiali impiegati, e quella estetica, che consentiva di ottenere edifici ben proporzionati ed armoniosi.

Il tempio greco aveva una tipologia ben precisa: si costituiva di una stanza principale – naos – che era il luogo dove era conservata l’immagine scultorea della divinità cui era dedicato il tempio; a questo nucleo centrale, si affiancavano altri ambienti, destinati a funzioni religiose; il tutto aveva inizialmente solo un portico anteriore, che poi si estese a tutto l’edificio con un colonnato continuo, che costituirà l’immagine più tipica del tempio greco (tav. 12).

I templi sorgevano in posizione dominante, rispetto ai luoghi abitati dai greci, in siti che prendevano il nome di «acropoli», ma restavano edifici inaccessibili ai fedeli. Essi erano la dimora della divinità, e non edifici destinati ad accogliere fedeli – come saranno invece gli edifici di culto cristiani –, ed erano accessibili solo ai sacerdoti. Pertanto la loro funzione estetica era essenzialmente di «segnare» un luogo con una presenza monumentale, che andava percepita nel suo solo aspetto esterno. E quindi, sarà proprio l’aspetto esteriore dei templi a ricevere le maggiori attenzioni estetiche, acquistando una valenza plastico-figurativa mai prima raggiunta.

Le colonne saranno scanalate, così da creare effetti chiaroscurali di maggior evidenza rispetto ad una colonna liscia; non saranno dei perfetti cilindri, ma accentueranno la loro funzione statica e plastica restringendosi verso l’alto e rigonfiandosi ad un terzo dell’altezza (entasi); gli elementi decorativi si arricchiranno di sculture a basso rilievo nei frontoni, nelle metope e nei fregi continui; l’intercolumnio avrà sempre misure molto calibrate. E, come se ciò non bastasse, si sperimentano – vedesi il caso del Partenone (tav. 13) – deformazioni volute, sì da correggere effetti di distorsione ottica, quali il non perfetto allineamento delle colonne o la loro inclinazione verticale leggermente piegata verso l’interno. Il risultato sarà, nei templi più riusciti, un edificio in cui le parti hanno un perfetto ed armonico equilibrio.

La modularità degli ordini architettonici sarà uno strumento progettuale, per controllare le dimensioni di una costruzione. Fissato il diametro delle colonne, il resto delle dimensioni scaturiva dai rapporti proporzionali fissati per ciascun ordine. Questo strumento progettuale garantiva del risultato sia statico sia estetico: il risultato era un edificio stabile e dalle proporzioni armoniche. Le culture successive alla greca – dalla romana fino all’eclettismo storicistico tardo-ottocentesco –, quando utilizzeranno gli ordini architettonici lo faranno solo come strumento progettuale esclusivamente estetico.

Gli ordini architettonici, in pratica, furono ancora utili per ben proporzionare le varie parti di un edificio. La loro inutilità per il proporzionamento statico fu determinato dall’adozione di altri sistemi costruttivi, quale quello ad arco, che superava alcuni limiti applicativi del sistema trilitico.

Lo spirito di razionalità dei greci si applicherà, in periodo ellenistico, anche alla progettazione urbana (tav. 14). Nel IV sec. a. C. visse, infatti, Ippodamo da Mileto che, per primo, teorizzò la necessità di costruire le città secondo schemi planimetrici regolari. Se fino allora nascevano prima le case, e lo spazio tra loro divenivano le strade, con la pianificazione urbana teorizzata da Ippodamo da Mileto, venivano prima disegnate le strade, e poi, tra esse, trovavano posto gli edifici. Con ciò si potevano ottenere città con tracciati viari tra loro perpendicolari.

La scacchiera tipica ipotizzata da Ippodamo da Mileto si basava su tre assi longitudinali, detti decumani, e che procedevano in direzione est-ovest, intersecati da assi perpendicolari, detti cardi, secondo l’orientamento nord-sud. L’intersezione di questi assi viari determinava isolati rettangolari dalla forma allungata. Questo schema ippodameo fu applicato alla pianificazione di numerose città antiche.

11 - Metodi costruttivi romani

A differenza dei greci, i romani furono dei grandi costruttori, applicando le loro capacità tecniche alla realizzazione di numerose costruzioni dalle molteplici tipologie. Ma non si limitarono solo all’architettura. Essi crearono le prime grandi infrastrutture del territorio: le strade e gli acquedotti. Costruirono numerose città, applicando il sistema ortogonale già sperimentato da Ippodamo da Mileto, creando un sistema urbano di piccoli e grandi centri, che ebbe notevole estensione. Notevole fu anche la ripartizione del territorio in proprietà agrarie dalla forma regolare, che prese il nome di «centuriazioni». Questa suddivisione in appezzamenti, seppure in maniera frammentata sopravvive tutt’oggi nell’orientamento delle attuali divisioni proprietarie. In pratica, i romani ebbero una visione molto precisa del territorio, che essi utilizzarono quasi totalmente, modificandolo e rendendolo funzionale alle esigenze di un grande impero, quale essi crearono.

Nell’architettura il primo dato che differenzia i romani dai greci, fu l’impiego del sistema costruttivo ad arco, al posto del trilitico. Per i greci il problema di chiudere uno spazio era relativo, tant’è che essi concepirono il tempio più come un porticato di colonne, riducendo lo spazio interno ad una piccola cella. Per i romani il problema aveva coordinate totalmente diverse: per essi l’architettura non doveva «segnare» un luogo, ma «chiudere» uno spazio. Il sistema ad arco, quindi, consentiva la costruzione di volte, che ben si prestavano a coprire, pur con materiali di ridotte dimensioni, vasti ambienti. Il sistema trilitico, infatti, non consentiva la costruzione di grandi ambienti, se non infittendoli di colonne, come avveniva negli edifici egiziani.

Se l’arco è essenzialmente una struttura lineare (esso giace su un piano), la volta è un arco, o un insieme di archi, realizzati per occupare uno spazio tridimensionale (tav. 15). La volta di più semplice concezione è la cosiddetta «volta a botte»: essa in pratica è un insieme di archi successivi, che realizza una specie di galleria. Tale volta, per il suo sostegno, necessita di due muri laterali portanti. L’altra tipologia di volta, utilizzata già dagli antichi romani, era la «volta a crociera»: questa non si appoggia su due muri portanti, ma su quattro pilastri d’angolo. In tal modo, tale volta può essere aperta su tutti e quattro i lati, ed è quindi più funzionale per realizzare edifici a più navate.

La realizzazione di una volta a crociera avviene con la costruzione di quattro archi sui quattro lati della crociera. Per esigenze di carattere statico, questi quattro archi devono avere lo stesso punto di imposta e di chiave: in pratica devono avere la stessa altezza. In un arco a tutto sesto (si definiscono così gli archi che coincidono con una perfetta semicirconferenza) vi è una relazione determinata tra larghezza ed altezza di un arco: la larghezza coincide con il diametro della semicirconferenza, mentre l’altezza coincide con il raggio. Da ciò si ha che in un arco a tutto sesto l’altezza è esattamente la metà della larghezza.

In una volta a crociera, poiché gli archi devono avere la stessa altezza, devono necessariamente avere la stessa larghezza. La distanza tra i pilastri (o le colonne) è uguale su tutti e quattro i lati, pertanto una volta a crociera determina uno spazio dalla pianta perfettamente quadrata.

L’altra tipologia di volta utilizzata dai romani fu la «cupola»: essa, in pratica, è determinata dalla rotazione di un arco intorno al proprio asse verticale. Si determina così una perfetta calotta semisferica, la quale però, per il suo sostegno, necessita di un muro perimetrale continuo, di forma circolare.

Da queste tipologie di coperture a volta, si hanno quindi delle forme planimetriche ben precise: una volta a botte può realizzarsi su piante rettangolari, una volta a crociera solo su piante quadrate, ed una cupola solo su piante circolari. Gli edifici costruiti dai romani hanno in genere planimetrie che si compongono di spazi riconducibili sempre a queste figure geometriche elementari, alle quali corrispondono le volte già dette.

12 - Le tipologie dell’architettura romana

Diverse sono le tipologie degli edifici che i romani realizzarono. Oltre alle grandi ville, urbane e rurali, molti sono gli edifici destinati a funzioni particolari: i fori erano dei mercati, o luoghi d’affari, composti da spazi chiusi, aperti e semi-aperti (porticati) che hanno una diretta discendenza dalle agorà greche; le terme erano edifici con ambienti dalle più diverse forme, destinati ai bagni in acque calde e fredde, agli esercizi ginnici, ai massaggi, ma anche a forme di socializzazione e di incontro (molte terme erano dotate anche di biblioteche e sale di lettura); le basiliche erano dei tribunali, in cui venivano esercitate le funzioni proprie della magistrature pubbliche.

I romani costruirono anche templi, che non si differenziano molto da quelli greci, se non per l’ubicazione: i templi romani sorgono, infatti, in contesti urbani, e non in posizione distacca, come avveniva per le acropoli greche. Come i greci, anche i romani costruirono dei teatri, ma mentre i greci sfruttavano le pendenze naturali delle colline per realizzare le gradinate, i romani, grazie alle loro capacità tecniche e all’impiego di archi e volte, costruivano teatri anche su siti pianeggianti, realizzando imponenti strutture per conformare la pendenza delle gradinate.

Un teatro è un edificio per rappresentazioni teatrali: l’azione scenica si svolge su un podio con alle spalle una quinta scenografica. Il teatro è pertanto un edificio dalla pianta semicircolare. L’anfiteatro è invece una struttura dalla pianta ellittica, che serviva non alla rappresentazione teatrale ma allo spettacolo di esercizi ginnici e gladiatori: esso è più assimilabile ai moderni stadi. L’anfiteatro più famoso rimane il Colosseo, fatto erigere dall’imperatore Vespasiano  (tav. 16).

Tra le costruzioni tipiche dell’architettura romana vi sono gli archi trionfali (tav. 17). Monumenti dall’imponente mole, essi furono inizialmente eretti per simboleggiare una porta urbica, sotto la quale avveniva il passaggio delle legioni che tornavano vittoriose dalle campagne militari. Tali archi, in seguito, da trionfali divennero onorari, eretti in ricordo delle imprese, sia civili sia militari, degli imperatori. La loro tipologia è abbastanza semplice: si componevano di due enormi pilastri, in cui era aperto un arco, con un attico sovrastante. In seguito, come nell’arco di Costantino, i fornici divennero tre, dando luogo a due altri archi laterali più piccoli del centrale. Questi monumenti erano sfruttati per essere ricoperti di bassorilievi. Oltre alle iscrizioni dedicatorie e alle effigi e busti degli imperatori o altri personaggi o divinità, si componevano di pannelli scultorei in bassorilievo, che illustravano le imprese benemerite dell’imperatore.

Gli archi trionfali sono uno degli esempi più chiari della concezione architettonica romana: unire il sistema costruttivo ad arco con gli ordini architettonici greci. L’ordine architettonico non ha solo una funzione decorativa – le colonne, infatti, non hanno alcuna funzione statica per il sostegno del monumento –, ma ha soprattutto una funzione progettuale: crea la base per il proporzionamento dell’edificio. I romani, coniugando l’arco con gli ordini architettonici, hanno creato il linguaggio classico dell’architettura, che resterà patrimonio per le epoche successive, quando queste, come il Rinascimento o il Neoclassicismo, guarderanno all’antichità per ritrovarvi ideali estetici senza tempo.

13 - Le murature romane

Molte delle realizzazioni romane furono loro consentite dall’utilizzo di un materiale da costruzione particolare: la pozzolana. Con tale termine essi indicavano un materiale di origine argillosa proveniente da Pozzuoli. In pratica la pozzolana era un legante idraulico molto simile al moderno cemento. Esso consentiva di conglobare pietre e lapilli vari, che, grazie alla pozzolana – quando questa asciugava –, erano unite in un unico conglomerato. Con ciò si potevano realizzare volte resistenti ma molto più leggere di quelle realizzate con pietre o mattoni. Consentivano quindi di coprire luci notevoli, e richiedevano muri meno spessi. Inoltre erano più facili da realizzare, perché non richiedevano la sagomazione dei conci, ma si realizzavano mediante un’unica gettata di pietrame e pozzolana.

I romani furono molto attenti alla realizzazione delle murature, sperimentando diverse tecniche che utilizzarono in maniera molto artistica (tav. 18). Il principio delle loro murature si basava, in genere, sulla realizzazione dei cosiddetti muri a sacco. Il muro, in pratica, aveva un’anima interna fatta di pozzolana e lapilli, mentre le due facce esterne erano realizzate con materiali vari, che costituivano il paramento a vista. In base alla tecnica di realizzazione e ai materiali impiegati, le murature dei romani prendono i diversi nomi: opus incertum, se il paramento era realizzato con elementi lapidei di forma non regolare; opus latericium, se era realizzato con mattoni, i quali erano tagliati a metà lungo la diagonale e di forma triangolare erano inseriti di spigolo nel muro; opus tufaceum, se il materiale impiegato era di tufo; opus reticulatum, se il paramento era realizzato con cubetti di porfido, dalla forma approssimativamente tronco-conica, che erano messi in posizione rombica; opus mixtum, se il paramento si componeva di più tecniche diverse.

La maggior parte degli edifici romani è giunta a noi allo stato di ruderi, molti sono emersi solo da scavi archeologici, per questo solo dalle fondamenta possiamo riconoscere o ipotizzare le tipologie funzionali degli edifici. Ma l’aspetto integro di un edificio romano è per noi sconosciuto. Ciò non ci permette di apprezzare un aspetto, che pur dovrebbe avere un’importanza essenziale, nel valutare l’architettura romana: la qualità dello spazio interno.

A differenza dei greci, i romani costruivano soprattutto per conformare degli spazi interni: questi vanno valutati dall’ampiezza atmosferica, dalle luci e dalle ombre che vi si creavano, per effetto delle bucature che si aprivano all’esterno, dalla decorazione delle pareti, se in rivestimenti marmorei o ad affreschi su intonaci. Uno dei pochi edifici integri giunto fino a noi è il Pantheon (tav. 19): esso, con la sua enorme cupola, decorata all’interno a cassettoni e l’oculo centrale unica fonte di luce, ci suggerisce una concezione architettonica molto attenta ai risultati della percezione spaziale.

Ed, infatti, la tarda architettura romana ci suggerisce una capacità di controllo spaziale, che va molto di là della concezione dell’architettura come solo fatto costruttivo. Un edificio come il Mausoleo di Santa Costanza a Roma (tav. 20) crea negli spazi delle intersezioni di luce ed ombre così affascinante, che non possono essere un risultato casuale di costruttori attenti solo alla statica dell’edificio. I romani stavano quindi per aprire un filone del tutto nuovo nell’architettura – la poetica dello spazio –, quando il loro impero crollò, dando luogo ad un’eredità culturale che sarà interpretata in modi e con esiti diversi in oriente, dall’impero bizantino, ed in occidente, dai regni barbarici.