|
Hortus conclusus |
||||||||||
| INDIETRO |
Mimmo Paladino, Hortus Conclusus,
1992
L’Hortus Conclusus è un insieme di opere scultoree
di Mimmo Paladino inserite in un spazio aperto di pertinenza dell’ex
convento di San Domenico in Benevento. Alla fine degli anni Ottanta
nacque l’idea, da parte dell’Amministrazione Comunale, di offrire a
Paladino, artista nativo di Paduli ma beneventano di fatto, la
possibilità di installare in città una sua opera. L’idea iniziale
dell’artista era di regalare alla città un suo cavallo di bronzo che
doveva essere collocato in piazza Venanzio Vari, di fronte a Palazzo De
Simone, l’attuale Conservatorio di Musica. L’idea, ad una verifica
sul posto, fu scartata, e l’Amministrazione diede carta bianca a
Paladino di scegliersi lo spazio da lui preferito per la posa in opera
del cavallo. La scelta di quello spazio, allora informe perché il
convento, oggi destinato a sede universitaria, era in fase di restauro,
suggerì invece all’artista la possibilità di un intervento molto
più complesso e strutturato. L’operazione si è quindi realizzata in
maniera parallela sia sul piano della definizione
spaziale-architettonica sia sul piano della realizzazione ed
installazione delle sculture. L’insieme ha quindi trovato una
unitarietà che rendono questo spazio assolutamente unico nel suo
genere. Lo spazio utilizzato per l’allestimento è
quadrangolare, circondato da muri di recinzione in pietra e da un lato
del convento di San Domenico. Sul fondo, entrando, sorge una costruzione
muraria rossa, inserita da Paladino, che oltre a costituire una quinta
necessaria a limitare visivamente lo spazio, consente, con una scala all’interno,
di giungere in prossimità del punto su cui è stato collocato il
cavallo. Definito lo spazio, i tre punti di maggior polarità sono
costituiti dal cavallo con la maschera aurea sul volto, dall’enorme
disco infisso al suolo in posizione quasi verticale e dalla figura con
le enormi braccia che funge da fontana. Le prime due figure alludono a
momenti classici o preclassici: la maschera aurea sul volto del cavallo
fa venire in mente le maschere d’oro con cui gli achei ricoprivano il
volto dei defunti, mentre il disco sembra quasi quello lanciato da un
discobolo greco, giunto fino a noi ingigantito dal tempo e alla fine
caduto a terra come un meteorite. La figura dalle enormi braccia, su cui
sono collocate delle piccole teste, allude invece a qualche divinità
mitica il cui significato è nella rigenerazione. Non a caso dalle sue
braccia esce l’acqua. Ma l’acqua esce anche dal retro del disco, il
quale, quasi che abbia intercettato una fonte sotterranea, ha in cima un
piccola testa dalla quale cade l’acqua che viene raccolta da un catino
collocato a terra. L’intera installazione ha comunque una tale
ricchezza di dettagli che è difficile sintetizzare in una breve
descrizione. Ma il senso complessivo dell’opera è di un misterioso
giardino costruito da civiltà mitiche, non importa quali, che ci
raccontano un rapporto con la vita il tempo la natura basato su un
pensiero magico e non razionale. |