Senza titolo

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Post Modern

Paladino


Mimmo Paladino, Senza titolo, 1982

La tela di dimensioni di 2 metri per 3 è dipinta con colori ad olio. L’opera non ha un titolo, ed in ciò Paladino mostra un tratto tipico dell’arte di questi ultimi trent’anni, indipendentemente dalle correnti: quella di non fornire la indicazione del soggetto raffigurato nel quadro. Ciò implica che l’opera deve comunicare se stessa attraverso solo e soltanto la sua forma. E ciò spesso, quando il livello di astrazione è notevole, impone esercizi interpretativi quasi immani e dai dubbi risultati. Ma anche ciò ci dà uno dei caratteri dell’arte contemporanea: quello di essere aperta e disponibile a qualsiasi interpretazione, ma nel contempo indifferente, quasi ad affermare il primato della forma sul contenuto, o, per meglio dire, del linguaggio artistico sul linguaggio verbale.

Rispetto alle Avanguardie storiche, che nascevano con delle dichiarazioni programmatiche delle proprie intenzioni artistiche (i manifesti), gli artisti moderni non teorizzano assolutamente, mentre questo compito lo hanno assunto i critici. Ed infatti è un fenomeno tipico dei nostri tempi quello della critica militante. I critici in questa situazione non sono più gli avversari degli artisti, pronti a demolire qualsiasi novità, ma hanno scelto di divenire i loro compagni di percorso o, spesso, i loro leader per la capacità che essi hanno di imporre le loro scelte al mercato artistico. Per questo motivo il connubio critici-artisti è spesso problematico, e ad esso gli artisti rispondono con il rifiuto delle parole o delle spiegazioni, per affermare il proprio specifico lavoro (il fare) da chi è solo professionista delle parole (i critici).

Il quadro di Paladino, abbiamo detto, non ha un titolo: il suo soggetto va quindi letto direttamente nell’immagine. In essa compare una persona seduta ad un tavolo con innanzi una grande scodella. In essa si intravede una testa. Sul tavolo compaiono a destra delle immagini, a sinistra una serie di oggetti, tra i quali sta per aggiungersene un altro lanciato dalla mano destra della persona seduta. Il quadro ha una spazialità molto contenuta, ma non del tutto assente. Il rosso che colora il tavolo è lo stesso dello sfondo, dando al quadro un aspetto apparentemente bidimensionale. Le immagini che compaiono in basso a destra sono una citazione di graffiti preistorici. Le stesse immagini che compaiono sul lato destro della figura rimandano alle decorazioni corporee in uso presso popolazioni primitive. Gli oggetti collocati a sinistra appaiono invece il frutto di una società già più evoluta: le loro forme rimandano a quelle degli utensili e degli strumenti. L’immagine, anche per il gesto che la figura compie sembra indicare una direzione di lettura da destra a sinistra. Può quindi essere letta come metafora: consumare cibo è un rito che trasforma l’uomo facendolo progredire dalla preistoria a società più strutturate, ovvero dalla natura alla cultura. Ed in ciò non è assente l’aspetto sacrificale o macabro, visto che nella scodella compare anche una testa umana.

Ma al di là delle interpretazioni, il quadro si presenta con un evidente carico di suggestioni. L’icastica fissità del volto, il corpo di un bianco assoluto, rendono la scena priva di emozionalità e dalle atmosfere quasi spettrali. Il reale protagonista del quadro è un fantasma: quel fantasma che abbiamo dentro e che rappresenta l’eredità inconscia, ma comunque presente, di quei nostri padri che hanno compiuto il cammino dell’evoluzione. Dialogare con quel fantasma è entrare in contatto con le radici più antiche del nostro essere, riscoprendo quel primo nucleo, fatto di istinto e natura irriducibili, intorno al quale si è poi aggregata la sovrastruttura della cultura.