Jan Vermeer

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Arte barocca

Il pittore olandese Jan Vermeer (1632-75) è un artista di grande fascino la cui scoperta e rivalutazione è però decisamente recente: solo dalla fine dell’Ottocento è stato compreso appieno il suo valore artistico. Precedentemente si guardava a Vermeer più con curiosità che con interesse: ciò per il fatto che si riteneva che i suoi quadri nascessero grazie all’uso della «camera ottica». Con tale termine si intendeva una scatola chiusa sui sei lati, dove in uno dei lati veniva collocata in un foro una lente convessa, mentre sul lato opposto la scatola presentava un foglio traslucido (simile alla carta che si usa per usi alimentari): su tale foglio si veniva a formare l’immagine capovolta di quanto entrava nell’angolo visivo della lente convessa.

È questo lo stesso principio che usano anche le moderne macchine fotografiche, con la notevole differenza che all’epoca ancora non erano conosciuti materiali fotosensibili (quali il bromuro d’argento) che permettessero di fissare l’immagine su un supporto cartaceo. Pertanto essa poteva solo consentire un esperimento di come si formava l’immagine, ma non la registrazione della stessa. La camera ottica, benché non abbiamo testimonianze dirette, nella sua semplicità di ideazione e costruzione era probabilmente nota sin dai tempi antichi. Da notare, infatti, che tale apparecchio funziona anche senza lenti: basta un forellino non più grande di uno spillo per far formare un’immagine di non grande qualità e nitore. Nel campo dell’arte l’uso di tale apparecchio, soprattutto nel XVII secolo, era stato usato più per scopi didattici e scientifici che artistici.

Vermeer, invece, ha probabilmente usato la camera ottica in maniera molto puntuale per definire le immagini che poi riproduceva sulla tela. Da qui l’atteggiamento più di curiosità che di comprensione artistica riservato alle sue opere, che dovevano apparire ai contemporanei non il frutto di «arte», inteso come creazione che nasce soprattutto da una visione interiore, ma il frutto di una descrizione fredda e imparziale della realtà: alla stessa stregua che un geografo descrive la realtà senza entrare nei valori emozionali e simbolici della stessa. Oggi, tuttavia, il valore dell’arte di Vermeer ci appare come una delle vette più alte della creatività artistica, e non solo del Seicento olandese.

Figlio di un locandiere, nonché saltuario antiquario e mercante d’arte, Jan Vermeer eredita dal padre tali attività che proseguirà fino alla sua scomparsa, sempre nella città di Delft. Questa sua vita, spesso segnata da non favorevoli condizioni economiche e scarsa di eventi di rilievo, hanno limitato la diffusione della sua attività artistica, che si è concentrata in un numero non elevato di opere. Circa quaranta sono le opere a lui attribuite, di cui solo sedici risultano autografe. Uno dei motivi di questa non estesa produzione è da attribuire alla grande meticolosità che metteva nell’eseguire i suoi quadri, che richiedevano quindi un tempo non breve per essere ultimati. Grande omogeneità vi è inoltre nei suoi soggetti. Tranne un paio di vedute esterne («Veduta di Delft» e «Stradetta»), tutte le sue opere si concentrano in ambienti chiusi. Spesso a essere rappresentate sono figure singole o gruppi di due o tre figure nell’atto di svolgere una qualsiasi attività di natura quotidiana: leggere, versare latte, studiare, eseguire un lavoro, impartire una lezione e cose del genere. In queste scene d’interni, rappresentate sempre con grande meticolosità, le composizioni sono attentamente studiate: ogni elemento compone un puzzle di grande equilibrio e tenuta complessiva. È come se regnasse un ordine sovrano frutto di una naturale predisposizione delle cose, non ottenuta per scelta artificiale. La luce ha sempre una provenienza precisa: in genere una finestra collocata sul lato sinistro fa entrare la luce che anima la scena. È proprio la luce uno degli ingredienti più preziosi dei quadri di Vermeer: è come se avesse una sua palpabile consistenza che tocca le cose e le rende vive.

In ciò vi è tutta la tradizione della pittura fiamminga e olandese a partire dal XV secolo in poi, ma in Vermeer la ricerca di una perfezione naturalistica raggiunge limiti non più superabili: oltre vi è solo la fotografia ottenuta con mezzi meccanici. Per questo la sua pittura dovette apparire poco affascinante al tempo: era come entrare in una strada senza più vie d’uscite.

Oggi, invece, l’arte di Vermeer, non solo rimane come l’immagine più vera e profonda di un tempo storico, ma nella sua apparente semplicità e obiettività è la rappresentazione cristallizzata di un «fare» inteso come religiosa attitudine dell’essere umano in rapporto al senso della vita.

OPERE


Lo studio dell’artista

altre opere

La lattaia

Vista di case in Delft

Donna che legge una lettera