San Matteo nella Cappella Contarelli

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Età della Controriforma

Caravaggio


Caravaggio, San Matteo nella Cappella Contarelli, 1599-1602, San Luigi dei Francesi, Roma

Le tre tele che Caravaggio realizza per la Cappella Contarelli sono la prima importante commissione che egli realizza a Roma, e rappresentano anche un importante punto di svolta nel suo stile.

La cappella è sita nella chiesa di San Luigi dei Francesi, ed era stata acquista dal cardinale francese Mathieu Cointrel (il cui nome è stato poi italianizzato in Matteo Contarelli) nel 1565. Il suo intento era di decorarla con storie dedicate a san Matteo, di cui lui portava il nome. Il piano iconografico fu da lui stesso definito: al centro vi doveva essere la pala d’altare con l’effige del santo e ai due lati le immagini con la vocazione del santo e con il suo martirio. Dei lavori fu incaricato un pittore bresciano di nome Girolamo Muziano, il quale in vent’anni non realizzò alcunché. Nel 1585 il cardinale morì e i suoi eredi decisero di rivolgersi ad altri. Nel 1587 diedero incarico ad uno scultore fiammingo di nome Jacob Cobaert di realizzare un gruppo scultoreo, che egli effettivamente consegnò quindici anni dopo, gruppo che però non incontrò i favori dei committenti. Nel 1591 gli eredi del cardinale decisero di rivolgersi al Cavalier d’Arpino per la decorazione pittorica della cappella, ma questi, in circa due anni, realizzò solo l’affresco della piccola volta. Così, all’approssimarsi dell’anno santo del 1600, la cappella risultava ancora disadorna e gli eredi del Contarelli, anche grazie alle sollecitazioni del cardinal Del Monte, nuovo protettore di Caravaggio, decisero di rivolgersi al pittore di origine lombarda per far decorare la cappella. Ed infatti, Caravaggio, nel giro di meno di due anni, consegnò le due tele raffiguranti la «vocazione di san Matteo» e il «martirio di san Matteo».

Due anni dopo, nel 1602, anche il gruppo scultoreo di Jacob Cobaert fu consegnato, ma dopo pochi mesi fu rimosso. I committenti si rivolsero nuovamente al Caravaggio il quale realizzò una tela in cui era raffigurato san Matteo con un libro aperto poggiato sulle gambe, e di fianco un angelo che gli dirigeva la mano per scrivere sul libro. Poco dopo anche questa tela fu rimossa, perché non era stata gradita (è poi finita a Berlino dove è stata distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale), e la suo posto Caravaggio realizzò una seconda versione, che è quella che tuttora si trova nella Cappella.

È ormai accertato che la prima tela che Caravaggio realizzò fu quella del martirio. Dopo diversi tentativi pervenne a questa composizione che risulta un po’ sovraffollata. Il groviglio di corpi rimanda a composizioni manieriste mentre i nudi sono di chiara derivazione michelangiolesca. Il santo è sopraffatto dal soldato etiope mandato dal re Hirtacus ad impedire che san Matteo proseguisse la sua opera di proselitismo. Un angelo si sporge da una nuvola per porgere a san Matteo la palma simbolo di martirio. Tutto intorno vi è un aprirsi della folla che assiste inorridita a quanto sta avvenendo. Tra le persone ritratte si riconosce in fondo a destra un uomo con barba e baffi che probabilmente è lo stesso Caravaggio.

L’intera scena è circondata dal buio, come se il tutto stesse avvenendo di notte. Da questo momento Caravaggio userà sempre il fondo scuro per le sue immagini. Qui, tuttavia, vi è una chiara incertezza sull’uso della luce che ha il compito di rischiarare l’immagine dall’oscurità. Il distribuirsi delle zone chiare non segue una direzione precisa ed univoca, così che anche la composizione del quadro sembra svolgersi senza un motivo unitario.

Sicuramente il quadro con la «vocazione» di san Matteo risulta più efficace e compiuto. Motivo principale del quadro è il fascio di luce che proviene da una finestra che non vediamo, posta sulla destra dell’immagine. Questa luce ha un valore altamente simbolico. Essa proviene dalle spalle di Gesù, quasi forza che lo precede, ed è tale la sua intensità che la finestra aperta sulla parete di fronte non emana alcuna luce. Se questa finestra non emana luce perché è notte, a maggior ragione la luce da destra che rischiara l’ambiente ha un valenza prettamente simbolica.

Il fascio di luce ci fa intravedere la figura di Gesù, parzialmente coperta da quella di san Pietro. Entrambi stanno indicando san Matteo, ma il gesto di Gesù ha una maggiore forza e determinazione. San Matteo, al momento della chiamata di Gesù, era un gabelliere, cioè un esattore di tasse. Incarico sicuramente odioso non esente da una componente violenta. Quando Gesù lo incontrò, gli disse di seguirlo e san Matteo abbandonò tutto per obbedirgli.

Caravaggio trasforma questo episodio in una scena dei suoi tempi. San Matteo, e gli altri gabellieri seduti con lui a contare i denari raccolti, hanno abiti seicenteschi, ed anche l’ambiente somiglia molto ad una taverna della Roma di quegli anni. Come a dire che il sacro non ha una collocazione lontana nel tempo e nello spazio, ma è sempre presente tra di noi. E una sua chiamata può sempre giungerci. Ovviamente il crudo realismo di Caravaggio ebbe un ruolo determinante per giungere a questo risultato.

Da questo momento in poi la pittura di Caravaggio acquista un carattere sempre più drammatico, sia nei soggetti sia nel suo stile che accentua in maniera violenta i contrasti tra luci ed ombre. Tuttavia la prevalenza è sempre dell’oscurità, e le immagini si riducono all’essenziale rischiarate da una luce che ha sempre un valore più simbolico che reale. La luce è quanto noi possiamo conoscere del tutto che ci rimane invisibile. Per questo i quadri di Caravaggio producono sempre una forte risonanza interiore in chi guarda: sono il frammento di un mistero che non riusciremo mai a rischiarare.

Il terzo quadro con san Matteo e l’angelo fu realizzato da Caravaggio in un secondo momento, dopo che gli eredi del Contarelli decisero di rimuovere la statua realizzata da Cobaert. Caravaggio realizza una prima versione, ma gli eredi la rifiutarono. In questo quadro si vedeva san Matteo con l’aspetto di un popolano quasi analfabeta, al quale l’angelo dirigeva la mano per farlo scrivere. Anche in questo caso ciò che non fu compreso fu l’eccessivo realismo del pittore, il quale non aveva la predisposizione a trasfigurare la realtà ma a rappresentarla in maniera nuda e cruda.

La seconda versione apparve invece più accettabile. Qui il santo scrive da solo, mentre l’angelo gli dà dei suggerimenti. In questo modo si salvava la tradizione, che voleva san Matteo ispirato da un angelo, ma al contempo si vedeva un santo con l’aspetto di un vecchio saggio, di certo non analfabeta.