La tavoletta di Narmer

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Antico Egitto

 

La tavoletta di Narmer, (ca 3.100 a.C.) da Hierakonopolis, schisto, alt. cm 64, Museo Egizio, Il Cairo.

La funzione pratica di questa opera non ha finalità estetiche: la tavoletta serviva a preparare i cosmetici che le donne usavano per abbellire gli occhi. Nel cerchio centrale, formato dai colli intrecciati dei due leoni, veniva impastata la polvere del minerale di malachite, usata per colorare gli occhi di verde. Un oggetto di uso quotidiano che però, in questo caso, diviene anche un pretesto per un racconto storico e una celebrazione di conquista. Questa tavoletta, su entrambe le facce, celebra la vittoria del re Narmer, sovrano dell’alto Egitto, sul re del basso Egitto, vittoria che portò all’unione del paese in un unico regno.

Siamo quindi proprio agli inizi della millenaria storia dell’impero egiziano, e questo primo documento artistico già mostra tutti i caratteri stilistici che saranno costanti nella produzione successiva.

Iniziamo ad osservare la faccia anteriore. I due leoni, con i colli allungati a dismisura, nel loro intrecciarsi simboleggiano l’unione del basso e dell’alto Egitto. Da notare che l’immagine di due leoni che si affrontano è usato come simbolo di regalità già nella cultura sumerica, di cui forse quella egiziana è agli inizi tributaria. Nella fascia superiore viene rappresentata una scena di battaglia. Il faraone si riconosce, oltre che per il copricapo, per la sua notevole statura. Lo affiancano due generali del suo esercito, e seguono quattro soldati che procedono esponendo delle insegne militari-religiose. Si noti come l’altezza diminuisca in relazione all’importanza del personaggio raffigurato: il faraone è gigantesco, di statura nettamente inferiore sono i generali, mentre quasi dei nani sono i semplici soldati. È questa una concezione simbolica e non naturalistica dell’immagine che dà luogo a quella che definiamo «prospettiva gerarchica»: i personaggi aumentano o diminuiscono di altezza non per le naturali leggi ottiche legate alla distanza dal punto di osservazione, ma per l’importanza del personaggio nel contesto rappresentato.

I soldati dell’esercito sconfitto sono rappresentati stesi a terra, decapitati, con la testa collocata tra le gambe. Questi soldati decapitati sono visti ovviamente dall’alto in basso, quindi il piano che il contiene è un piano orizzontale. Ciò crea un evidente contrasto visivo con il piano che contiene l’esercito vincitore che è un piano verticale. L’apparente incongruenza ottica ci fa quindi meglio comprendere come queste immagini sono costruite per considerazioni concettuali e non visive.

Nella fascia inferiore vediamo infine il re Narmer, rappresentato in sembianze di toro, che abbatte le mura della città nemica e contemporaneamente schiaccia il re avversario.

Nella faccia posteriore della tavoletta la gran parte dello spazio figurativo è occupato dal ritratto del re Narmer che sottomette il re avversario. I canoni figurativi della rappresentazione del corpo umano sono qui espressi già nella sua forma più canonica. Si notino le innaturali e impossibili torsioni date ai corpi, sia del re sconfitto sia dei due nemici vinti nella fascia inferiore: torsioni che nascono solo dal voler a tutti i costi rispettare il canone rappresentativo con il busto frontale, mentre le gambe e la testa sono visti di profilo.

In conclusione quest’opera, che si colloca agli albori dell’arte egiziana, ci fornisce già le indicazioni precise di cosa sarà l’arte per gli egiziani: un linguaggio codificato dove le figure, tendenzialmente antinaturalistiche, sono da intendersi più come segni linguistici che non come immagini reali.