INDICE

Francesco Morante
CORSO DI STORIA DELL’ARTE
V.10 Pop Art

PARAGRAFI

V.10.1 Premessa

V.10.2 Andy WARHOL

V.10.3. Roy LICHTENSTEIN

V.10.1 Premessa

L’informale ha sicuramente ben rappresentato un certo clima culturale esistenzialistico tipico degli anni Cinquanta. La sua carica pessimistica di fondo fu tuttavia compresa solo da una ristretta cultura d’élite. E ben presto ha mostrato la sua inattualità nei confronti di una società in rapida trasformazione, che si caratterizzava sempre più come società di massa dominata dai tratti positivi ed ottimistici del consumismo.

Ed è proprio dall’incontro tra arte e cultura dei mass-media che nacque la pop art. La sua nascita avviene negli Stati Uniti intorno alla metà degli anni ’50 con le prime ricerche di Robert Raushenberg e Jasper Johns. Ma la sua esplosione avviene soprattutto nel decennio degli anni ’60, conoscendo una prima diffusione e consacrazione con la Biennale di Venezia del 1964.

I maggiori rappresentanti di questa tendenza sono tutti artisti americani: Andy Warhol, Claes Oldenburg, Tom Wesselmann, James Rosenquist, Roy Lichtenstein ed altri. Ed in ciò si definisce anche una componente fondamentale di questo stile: essa appare decisamente il frutto della società e della cultura americana. Cultura largamente dominata dall’immagine, ma immagine che proveniva dal cinema, dalla televisione, dalla pubblicità, dai rotocalchi, dal paesaggio urbano largamente dominato dai grandi cartelloni pubblicitari.

La pop art ricicla tutto ciò in una pittura che rifà in maniera fredda ed impersonale le immagini proposte dai mass-media. Si va dalle bandiere americane di Jasper Johns alle bottiglie di Coca Cola di Warhol, dai fumetti di Lichtenstein alle locandine cinematografiche di Rosenquist.

La pop art documenta quindi in maniera precisa la cultura popolare americana (da qui quindi il suo nome, dove pop sta per diminutivo di popolare), trasformando in icone le immagini più note o simboliche tra quelle proposte dai mass-media. L’apparente indifferenza per le qualità formali dei soggetti proposti, così come il procedimento di pescare tra oggetti che apparivano triviali e non estetici, ha indotto molti critici a considerare la pop art come una specie di nuovo dadaismo. Se ciò può apparire in parte plausibile, diverso è il fine a cui giunge la pop art. In essa infatti è assente qualsiasi intento dissacratorio, ironico o di denuncia.

Il più grosso pregio della pop art rimane invece quello di documentare, senza paura di sporcarsi le mani con la cultura popolare, i cambiamenti di valori indotti nella società dal consumismo. Quei cambiamenti che consistono in una preferenza per valori legati al consumo di beni materiali e alla proiezione degli ideali comuni sui valori dell’immagine, intesa in questo caso soprattutto come apparenza. E in ciò testimoniano dei nuovi idoli o miti in cui le masse popolari tendono ad identificarsi. Miti ovviamente creati dalla pubblicità e dai mass-media che proiettano sulle masse sempre più bisogni indotti, e non primari, per trasformarli in consumatori sempre più avidi di beni materiali.

In sostanza un quadro di Warhol che ripete l’ossessiva immagine di una bottiglia di Coca Cola ci testimonia come quell’oggetto sia oramai divenuto un referente più importante, rispetto ad altri valori interiori o spirituali, per giungere a quella condizione esistenziale che i mass media propagandano come vincente nella società contemporanea.

V.10.2 ANDY WARHOL

Andy Warhol (1930-1987) è il rappresentante più tipico della pop art americana. Figlio di un minatore cecoslovacco emigrato negli Stati, egli è uno dei rappresentanti più tipici della cultura nord-americana, soprattutto per la sua voluta ignoranza di qualsiasi esperienza artistica maturata in Europa. Rifiutata per intero la storia dell’arte, con tutta la sua stratificazione di significati e concettualizzazioni, l’arte di Warhol si muove unicamente nelle coordinate delle immagini prodotte dalla cultura di massa americana.

La sua arte prende spunto dal cinema, dai fumetti, dalla pubblicità, senza alcuna scelta estetica, ma come puro istante di registrazione delle immagini più note e simboliche. E l’opera intera di Warhol appare quasi un catalogo delle immagini-simbolo della cultura di massa americana: si va dal volto di Marilyn Monroe alle inconfondibili bottigliette di Coca Cola, dal simbolo del dollaro ai detersivi in scatola, e così via.

In queste sue opere non vi è alcuna scelta estetica, ma neppure alcuna intenzione polemica nei confronti della società di massa: unicamente esse ci documentano quale è divenuto l’universo visivo in cui si muove quella che noi definiamo la «società dell’immagine» odierna. Ogni altra considerazione è solo consequenziale ed interpretativa, specie da parte della critica europea, che in queste operazioni vede una presa di coscienza nei confronti del kitsch che dilaga nella nostra società, anche se ciò, a detta dello stesso Warhol, sembra del tutto estraneo alle sue intenzioni.

Il percorso artistico di Warhol si è mosso tutto nella cultura newyorkese, nel momento in cui New York divenne la capitale mondiale della cultura. Warhol fu in questo ambiente uno dei personaggi più noti, costruendo in maniera attenta il suo personaggio. Si mosse in stretta attinenza agli ambienti underground, legandosi al mondo della musica, del teatro del cinema. Gli inizi della sua pittura risalgono al 1960, dopo un periodo precedente in cui aveva svolto attività di disegnatore industriale. Nel 1963 raccoglie intorno sé numerosi giovani artisti, costituendo una comune a cui diede il nome di «factory». Abbandona la pittura nel 1965 per dedicarsi esclusivamente alla produzione cinematografica. Il ritorno alla pittura avviene intorno al 1972, con una produzione incentrata soprattutto sui ritratti. Nel 1980 fonda una televisione dal nome «Andy Warhol’s TV». Muore il 22 febbraio 1987 nel corso di un intervento chirurgico.

OPERE

Andy Warhol, Minestra in scatola Campbell I, 1968

L’arte di Andy Warhol è una delle più incomprensibili mai prodotte nella cultura occidentale. La sua personale indifferenza a quanto rappresenta, senza alcun intervento interpretativo, spoglia le sue opere di qualsiasi intento comunicativo. In tal senso la difficoltà di valutare tali opere pone seri problemi, soprattutto ad un europeo. Cosa mai può significare l’immagine di una scatoletta di minestra al pomodoro?

Visto che l’immagine non ha un valore estetico, si è ricercata in essa un valore etico: la scatoletta, rappresentando l’omogeneizzazione della società moderna che propone alimenti preconfezionati uguali per tutti, può divenire implicitamente una critica a tale società. Ma ciò non sembra nelle intenzioni di Warhol, che anzi, nella società americana, vede un valore positivo proprio per il suo grande livellamento. Il bello degli americani, come lo stesso Warhol ha espresso, è che mangiano tutti le stesse cose, dal presidente degli Stati Uniti al barbone che è seduto ad un angolo di strada. In ciò è molto evidente quella mitica "american way of life" in cui la uguaglianza è realizzata in una società che consente uguali possibilità per tutti.

E in ciò appare nuovamente evidente che l’arte di Warhol, troppo americana anche nei suoi più piccoli risvolti, sembra che abbia un solo intento reale: demolire il mito dell’arte europea come espressione di una cultura "alta". E in ciò si ricollega in maniera molto chiara alle esperienze dadaiste, soprattutto ai ready-made di Duchamp, con le quali l’arte di Warhol condivide l’intento dissacratorio.

Alle scatolette Campbell Warhol ha dedicato una quantità enorme di quadri. L’ha rappresentata a volte chiusa, come in questo caso, altre volte aperte. Non che la cosa faccia cambiare significato all’immagine, ma la grande ripetizione del medesimo tema sembra sfruttare i meccanismi della pubblicità: il bombardamento costante delle stesse immagini, colpendo in maniera subliminale, provocano quel meccanismo del «riconoscere», che è una delle molle, a livello inconscio (inteso in questo caso più alla maniera di Jung che non di Freud) con cui le masse manifestano le proprie scelte e preferenze.

E questo meccanismo lo ritroviamo anche nelle altre opere di Warhol: i ritratti di Marilyn Monroe, le immagini di Elvis Presley, le bottigliette di Coca Cola sono state ripetute in una quantità enorme di opere. Ed è quindi non un caso se egli abbandona sempre più la pittura, intesa come costruzione manuale dell’immagine, per passare alle serigrafie. Anche questo quadro è realizzato con procedimenti serigrafici, sul quale Warhol è poi intervenuto con colori acrilici, dando all’immagine un nitore grafico che ricorda le immagini dei fumetti o della grafica pubblicitaria.

Andy Warhol, Cinque bottiglie di Coca Cola, 1962

Andy Warhol è il cantore dell’american way of life in tutti i suoi aspetti più simbolici. Ovviamente uno dei simboli americani per eccellenza è la Coca Cola. La sua inconfondibile bottiglietta, ed anche la grafia del marchio, sono divenuti un emblema di vita giovanile e dinamica. Warhol realizza diverse opere replicando una o molteplici bottiglie di Coca Cola, ma non sarà il solo. Dal famoso marchio trarranno opere d’arte anche altri artisti, quali l’italiano Mario Schifano. Si può dire che la Coca Cola è un simbolo "pop" per eccellenza. E Warhol ebbe il merito di capire, prima di altri, quali erano le immagini fondamentali della cultura di massa che potevano essere assunte a simbolo di una intera epoca.

Andy Warhol, Marilyn, 1967

Altro aspetto culturale tipicamente americano è il cinema. L’America, più di qualsiasi altra nazione, può a buon diritto riconoscersi in questo linguaggio. E del cinema americano sicuramente Marilyn Monroe rappresenta un’icona inconfondibile. Il suo viso sorridente viene replicato infinite volte in serigrafia da Andy Warhol, che, sfruttando i procedimenti permessi dalla stampa serigrafica, produce dallo stesso telaio infinite variazioni cambiando l’inchiostrazione. Così il volto di Marilyn acquista una varietà di colori e di toni, che producono un processo di astrazione fino a rendere il volto dell’attrice il simbolo astratto di un certo tipo di bellezza tipicamente americano.

Andy Warhol, Vesuvius, 1985

Andy Warhol ha avuto, negli ultimi anni della sua vita, contatti con l’ambiente napoletano grazie all’incontro con il gallerista Lucio Amelio. Il gallerista napoletano è stato un vulcanico personaggio che di certo ha avuto il merito, nel corso della sua attività, di fornire stimoli e occasioni notevoli all’intera arte italiana. Agli inizi degli anni Ottanta riuscì a portare a Napoli Andy Warhol e Joseph Beuys chiedendo al primo di produrre, per la sua galleria, una serie di ritratti dell’artista tedesco. L’incontro a Napoli tra due degli artisti più tipici e rappresentativi dei due continenti è stata di certo una intuizione incredibile. Trovare un dialogo, anzi una decisa affinità, tra il pop americano e il concettuale europeo, significava intuire una omogeneità di fondo che supera, nell’unicità storica, le etichette parziali che sembrano non unire ma dividere. I due artisti sono in seguito ritornati spesso a Napoli, ed Andy Warhol in quei primi anni Ottanta produsse alcune opere notevoli ispirate a Napoli. Una delle più emozionanti rimane di certo la riproduzione della prima pagina del quotidiano «Il Mattino» che, all’indomani del terremoto del 23 novembre 1980, titolò «Fate presto». Un’altra famosa opera "napoletana" di Warhol rimane la serie «Vesuvius», che, come è facile intuire, è una rivisitazione "pop" di uno dei simboli più noti di Napoli. Questa riprodotta è l’esemplare esposto nella Galleria di Capodimonte.

V.10.3 ROY LICHTENSTEIN

Roy Lichtenstein (1923-97) è un artista la cui immagine si lega indissolubilmente ai fumetti. Tra gli artisti della Pop Art è quello che più riesce a creare una cifra stilistica inconfondibile, restandovi fedele fino all’ultima produzione.

Esponente della tipica famiglia medio-borghese americana, la vita di Lichtenstein si svolge in maniera tranquilla, senza le eccentricità o i protagonismi di artisti quali Andy Warhol. Nel 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, viene chiamato alle armi. Qui ha il primo incontro con il mondo militare, che spesso sarà di ispirazione alla sua prima produzione artistica, e con i fumetti ispirati alla guerra. Pare, infatti, che un suo superiore gli chiese di riprodurre ingrandendoli vignette tratte da fumetti di guerra. Da qui nacque forse l’idea stilistica della sua arte, anche se Lichtenstein cominciò a produrre in questo stile solo agli inizi degli anni Sessanta.

Nel 1962, con una personale tenuta a New York presso il famoso gallerista Leo Castelli, inizia l’ascesa di Lichtenstein. Siamo negli anni in cui il fenomeno del consumismo e della cultura Pop esplode a livelli mondiali. Il clima di serena fiducia nel presente e nel futuro si contrappongono nettamente al pessimismo precedente di matrice esistenzialista, e le immagini di fumetti ingranditi proposte da Lichtenstein sembrano rispecchiare in pieno l’esigenza di circondarsi di immagini nuove, oggettive e prive di angosce esistenziali.

È un modo nuovo di contaminare l’Arte, con la «a» maiuscola, con stili presi dalla cultura "bassa". In realtà, la grande tenuta formale dei quadri realizzati da Lichtenstein, rendono le sue immagini mai banali. Sono fumetti, è vero, ma realizzati con la visione propria dell’artista. Nel corso degli anni, la formula stilistica di Lichtenstein non cambia, ma inizia un confronto sempre più serrato con l’arte del recente passato dagli esiti decisamente originali. Egli, sempre realizzando immagini come fossero fumetti, rivisita tutti gli artisti principali e gli stili sorti nel corso del Novecento, dal cubismo al futurismo, dall’espressionismo all’action painting. La contaminazione tra pittura e fumetti crea un dialogo originale che, negli ultimi anni, coinvolge anche la scultura.

La sua arte, prodotta fino alla metà degli anni Novanta, rimane come una delle espressioni più originali della cultura americana del secondo dopoguerra.

OPERE

Roy Lichtenstein, Hopeless, 1963

Quadro tra i più famosi di Lichtenstein, «Hopeless», come molti quadri realizzati dall’artista, prende titolo dalla vignetta inserita nell’immagine. Il suo stile nasce dall’adozione delle tecniche proprie della stampa. Per stampare un’immagine a colori si ricorre alla "retinatura", ossia l’immagine viene fotograficamente scomposta in quattro colori fondamentali, che sono quelli utilizzati poi nella fase di stampa: nero, giallo, ciano e magenta. Il procedimento di retinatura può essere fatto ricorrendo a punti molto piccoli e stretti (ed è il caso, ad esempio, dei libri d’arte che contengono immagini molto precise e raffinate) oppure ricorrendo a punti molto più grandi e distanziati (è il caso questo soprattutto dei quotidiani).

Date le caratteristiche con cui si stampa, i disegnatori di fumetti, soprattutto delle "strisce" che compaiono sui quotidiani, sanno che non possono usare colori sfumati ma solo tinte piatte (piene o retinate a secondo dell’intensità che si vuole ottenere) ed ovviamente le aree devono essere campite con tratti neri non sottili, altrimenti in stampa non escono.

In pratica Lichtenstein procede alla stessa maniera: non solo produce quadri che sembrano vignette estrapolate da albi di storie a fumetti, ma li realizza con una tecnica che simula perfettamente la procedura di stampa. La retinatura, che una volta stampata è spesso invisibile a occhio nudo, nei suoi ingrandimenti prende invece una evidenza molto superiore. E questi punti, di un simulato retino di stampa, divengono in pratica l’elemento di maggiore riconoscibilità del suo stile, applicato anche quando produce opere che non sono vignette.

Nel caso di Lichtenstein il ricorso al linguaggio dei fumetti non ha probabilmente una valenza ironica o polemica, ma sembra nascere da una precisa convinzione estetica. Da un punto di vista formale i suoi quadri non fanno una grinza, proponendosi come opere compiute e di grande tenuta espressiva. In questo caso, l’astrazione di un singolo momento da una storia che non conosceremo mai, non ci disturba più di tanto, ed anzi amplifica il fascino di un’immagine che risulta piacevole solo per l’espressività della forma.

Roy Lichtenstein, Whaam!, 1963

Come già detto, le sue prime esperienze di ingrandimento di fumetti nacquero nel periodo in cui era militare. E, soprattutto agli inizi della sua carriera artistica, non poche sono le opere ispirate ai fumetti di guerra. Questa tela, che in realtà è un dittico, è una delle sue opere più famose, ed è attualmente esposta alla Tate Gallery di Londra.

Roy Lichtenstein, Stepping Out, 1978

La produzione di Lichtenstein non si è limitata al solo ingrandimento di vignette a fumetti, ma, una volta definito il suo stile, lo ha usato per rivisitare e dialogare con diversi artisti del Novecento. In questo caso l’ispirazione nasce da opere di Picasso (nel suo stile ironicamente definisce la figura femminile a sinistra) e di Fernand Léger, dal cui quadro «Tre musicisti» prende invece la figura maschile a destra.

Roy Lichtenstein, Woman: Sunlight, Moonlight, 1996

Negli ultimi periodi della sua attività Lichtenstein si misura anche con la scultura. La sua che sembrava un’arte tutta tesa al bidimensionale, riesce a passare nel linguaggio tridimensionale, pur conservando una omogeneità stilistica precisa. Ciò è evidente in questa coppia di figure femminili, una a simboleggiare il "giorno", l’altra la "notte". Fedele al suo stile meccanicamente preciso, le due figure sono realizzate in bronzo dipinto e patinato.